Pubblicato da: Piergiorgio Golfetto | 29 luglio 2010

In morte della madre

di Mirco Giorgio Feston

Serchemo a contentessa in giorni speciai:
na pataca che no riva, na femena che manca,
na staion che sbalia.
Cussì, da na verta a st’altra,
consumemo el tempo a morsegoni,
come el pan col zé poco.
Po’ on giorno se incorzemo
che a contentessa spetàa
no iera altro che vivar,
cussì, ogni giorno on tòco.
On tòco invesse te o perdi
de colpo
co’ more to mama,
par sempre.
E man de to mama no ghe zé pì.
E man de to mama,
dove te te tacài,
anca quando te parea de andar a fondo.

(libero adattamento di testi di Romano Pascutto)


Responses

  1. E’ soltanto un pensiero per le madri che muoiono; oggi in ricordo della mamma di Gino Spolaore, nostro consigliere della Lista Civica, alla quale Gino era molto legato.

  2. Le mie piu sentite condoglianze al consigliere Gino Spolaore per la perdita della sua amata mamma…
    Meno male Mirco che hai specificato..il motivo della pubblicaziione della poesia di Romano Pascutto..mi avevi fatto prendere uno spavento…”la man dea mama e à se una ancòra de salvessa sempre e dovunque..e lo se capisse quando che no la gavemo più! e anca dopo 40, 50 anni che non la gavemo più SEMPRE LA MAN de NOSTRA MAMA a me manca…”!
    Franco Pesce

  3. “Il nostro mondo non aveva nulla a che fare con il resto del mondo. Funzionava per conto suo, ed era immortale. Anche a nostra madre avevamo sempre pensato come a qualcosa d’immortale, almeno quanto il mondo: perché quando noi nascevamo, lei faceva parte del mondo, il mondo senza di lei non era immaginabile. (…)

    Io sono un vivente, e non riesco a pensare che non lo sarò. Di questo mio essere vivente faceva parte anche mia madre, doveva farne parte per sempre, io vorrei pregarla di smettere di morire. (…)

    Si usa così da sempre, per giorni non si parla che del morto, che quindi non è mai stato così vivo. Ognuno ha il suo monumento di parole e di ricordi, ma qui non si sa scrivere e le parole non scritte son già scancellate e i ricordi muoiono con la morte di chi li ricorda: la morte di un uomo, in queste parti del mondo dove non c’è tradizione scritta, non è soltanto la morte di quell’uomo, ma anche di tutti i parenti morti che lui nella sua mente conteneva. Lui viene a sua volta ricordato e contenuto nella mente di coloro che gli vogliono bene. Andare verso la morte è come camminare tenendosi per mano e formando una catena. L’umanità sarà giusta quando la catena stringerà tutti gli uomini, allora la storia avrà un senso positivo, cioè collettivo.”

    (da “Un altare per la madre”, di Ferdinando Camon, ed. Garzanti 1978)


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